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Leggendo l’Amoris laetitia come non pensare a San Giuseppe?

Una lettura giosefologica dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia

“San Giuseppe e la Santa Famiglia” e/o “san Giuseppe e le famiglie” sono sempre stati i temi diretti e fondanti della figura e della missione del santo Artigiano nel mistero di Cristo e della Chiesa. Sono numerosi i testi magisteriali, teologici, liturgici e devozionali che legano lo Sposo di Maria e il Padre di Gesù alla famiglia. E’ logico e conseguenziale infatti che, trattando di san Giuseppe, si arrivi a parlare dell’istituto familiare, contemplare il suo insigne esempio e invocare la sua protezione su ogni focolare domestico. Poco frequente, invece, procedere al contrario: cioè partire dalle tematiche del matrimonio e della famiglia e risalire convenientemente fino alla presentazione di colui che la Chiesa invoca come “Sostegno delle famiglie”. Sembra a volte che ci sia una certa difficoltà, quasi una specie di imbarazzo, a dover inserire la figura e la missione del nostro santo negli argomenti che via via vengono trattati riguardo l’amore, il matrimonio e la famiglia. Come a dire che san Giuseppe non c’entra nulla, o non è necessario, oppure come se il tentativo di citarlo pregiudicherebbe l’importanza e la solennità del discorso riducendolo a una considerazione pietistica o a una pia devozione popolare anacronistica.

            Amoris laetitia, resa pubblica l’8 aprile 2016, di fatto fu firmata dal santo Padre Francesco nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di san Giuseppe, il “Capo della Santa Famiglia di Nazareth” e il “Protettore delle famiglie” (19 marzo 2016). Ora, voler collegare il santo Patriarca all’Esortazione apostolica postsinodale per la sola coincidenza della data in cui fu firmata, sarebbe una considerazione pietistica, quasi banale. Il collegamento non riguarda neanche i soli riferimenti in cui il pontefice parla esplicitamente della Santa Famiglia e di san Giuseppe, sette paragrafi in tutto. L’ Amoris laetitia, in realtà, ci “nasconde” un tesoro giosefologico, riguardante cioè la teologia di san Giuseppe, e giuseppino, cioè inerente alla spiritualità in onore al santo, utile per trarre diversi spunti teologico-pastorali sull’amore, il matrimonio e la famiglia.

            Con la preghiera conclusiva, papa Francesco invoca, per tutte le famiglie, “la bella comunità che è la Famiglia di Nazareth” (AL 325) affinché ogni nucleo domestico possa contemplare lo splendore del vero amore, possa diventare luogo di comunione e cenacolo di preghiera, autentica scuola del Vangelo e piccola Chiesa domestica. Il Santo Padre, però, aveva già iniziato la sua riflessione proponendo subito l’esempio della Santa Famiglia (AL 30), invitandoci ad entrare nel Mistero di Nazaret, nel mistero dell’Incarnazione, perché da questo nucleo familiare potrà ripartire la volontà di conversione e di salvezza di ogni famiglia (AL 65-66), ricordandoci anche il fatto che Gesù stesso visse in una famiglia (AL 18, 21, 182).

            Ma in quale altra parte dell’esortazione intravediamo la presenza umile, silenziosa e nascosta del santo Carpentiere?

Pensiamo a san Giuseppe, per esempio, quando papa Francesco afferma che “nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole” (AL 12) o quando parla del tirocinio o dell’ascesi del dialogo (AL 136-141); come non pensare allora all’ uomo silente che in realtà fu l’ uomo della grande Parola? “I Vangeli non annotano alcuna parola detta da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto»” (RC 17).

Pensiamo a san Giuseppe quando il papa annota le bellissime riflessioni sull’amore nel matrimonio, fatto di pazienza, di benevolenza, di amabilità, fatto di atteggiamenti di totalità, di gioia e bellezza (AL 89-164); come non pensare quindi all’ uomo giusto e obbediente, al servo saggio e fedele? L’uomo «giusto» di Nazaret possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo” (RC 18) in possesso, così si evince dalle litanie in suo onore, di tutte le virtù al superlativo.

Pensiamo a san Giuseppe quando il papa si sofferma sull’importanza del padre nella famiglia (AL 175-177); come non pensare anche e soprattutto al padre di Gesù? “La sua paternità si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sè, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sè, del suo cuore e di ogni capacità nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa»” (RC 8).

Pensiamo a san Giuseppe quando il papa parla della tenerezza come virtù “ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali” (AL 28); come non pensare al custode di Gesù che di tenerezza ne ha da “vendere”? “Poiché l’amore «paterno» di Giuseppe non poteva non influire sull’amore «filiale» di Gesù e, viceversa, l’amore «filiale» di Gesù non poteva non influire sull’amore «paterno» di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità di questa singolarissima relazione? Le anime più sensibili agli impulsi dell’amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore”  (RC 27).

Pensiamo a san Giuseppe quando bisogna rafforzare l’educazione dei figli (AL 259-290); come non pensare dunque al Capo della Santa Famiglia? “La crescita di Gesù «in sapienza, in età e in grazia» (Lc 2,52) avvenne nell’ambito della santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di «allevare», ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre. Da parte sua, Gesù «era loro sottomesso» (Lc 2,51), ricambiando col rispetto le attenzioni dei suoi «genitori». In tal modo volle santificare i doveri della famiglia e del lavoro, che prestava accanto a Giuseppe” (RC 16).

Pensiamo a san Giuseppe quando papa Francesco presenta la verginità, un’altra forma d’amore in netta relazione col sacramento del matrimonio (AL 158-162); come non pensare quindi al Casto Sposo di Maria, Custode dei vergini? Nella liturgia Maria è celebrata come «unita a Giuseppe, uomo giusto, da un vincolo di amore sponsale e verginale». Si tratta, infatti, di due amori che rappresentano congiuntamente il mistero della Chiesa, vergine e sposa, la quale trova nel matrimonio di Maria e Giuseppe il suo simbolo. «La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio col suo popolo», che è comunione di amore tra Dio e gli uomini. Mediante il sacrificio totale di sè Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sè e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio” (RC 20).

Pensiamo a san Giuseppe quando “il benessere fisico e la serenità della famiglia” è garantito anche dal lavoro (AL 23); come non pensare al Santo Carpentiere di Nazareth? “Il lavoro umano e, in particolare, il lavoro manuale trovano nel Vangelo un accento speciale. Insieme all’umanità del Figlio di Dio esso è stato accolto nel mistero dell’Incarnazione, come anche è stato in particolare modo redento. Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione” (RC 22).

Pensiamo a san Giuseppe quando bisognerebbe annunciare oggi il “Vangelo della famiglia” (AL 200-201) e quando dovremmo rafforzare la spiritualità coniugale e familiare (AL 313-325); come non pensare a colui che la Chiesa invoca come “Decoro della vita domestica”? “Oltre che nella sicura protezione, la Chiesa confida anche nell’insigne esempio di Giuseppe, un esempio che supera i singoli stati di vita e si propone all’intera comunità cristiana, quali che siano in essa la condizione e i compiti di ciascun fedele” (RC 30).

Che dire, poi, del richiamo di papa Francesco al compito artigianale della famiglia (AL 16) e all’amore artigianale nel matrimonio (AL 221)? Come non andare a rileggere i diversi insegnamenti della spiritualità giuseppina che ci illustrano le virtù dell’insigne figura del santo Artigiano di Nazareth?

            Tanti altri spunti possiamo trarre ancora dall’esortazione postsinodale Amoris laetitia  che richiamano la figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, e di ogni chiesa domestica che è appunto la famiglia. Il pontificato di papa Francesco, ormai noto a tutti, è stato scandito fino ad oggi dal consueto ricordo di san Giuseppe: il suo stemma episcopale porta il richiamo al santo, un mercoledì di marzo del 2013 fu eletto papa, il 19 di marzo inizia il suo ministero petrino, il 1 maggio stabilisce l’inserimento della menzione del nome del santo Patriarca nelle preghiere eucaristiche, il 5 luglio consacra il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano a san Giuseppe, ricorrenti le allocuzioni in cui il Santo Padre parla del Custode del Redentore, ha sempre esternato la sua devozione al Santo “dormiente”. Poteva, dunque, mancare questo richiamo giuseppino in occasione dei due Sinodi della Famiglia e per la stesura stessa dell’Esortazione post-sinodale?

            In filigrana vediamo proprio il “modello Giuseppe”, quasi sempre messo in margine dalla teologia e dalla pastorale, ma non marginale nella Storia salvifica di ogni persona e di ogni famiglia.

Nella Famiglia di Nazareth “per un misterioso disegno di Dio è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa, dunque, è il prototipo e l’esempio di tutte le famiglie cristiane” (RC 7); in essa san Giuseppe ha avuto una missione fondamentale. Nel corso delle generazioni la Chiesa legge in modo sempre più attento e consapevole una tale testimonianza, quasi estraendo dal tesoro di questa insigne figura «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)” (RC 17); che il ricordo della figura e della missione di san Giuseppe nella vita della Famiglia di Nazareth ci aiuti anche a riscoprire la vera gioia dell’amore coniugale e familiare delle nostre comunità domestiche.

 

 

Paolo Antoci

 

© 2017 – Ragusa

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